I numeri nel report Deloitte. Impatto deciso anche sul Pil. E in Italia va ancora peggio
Gli ultimi 11 anni sono stati i più caldi della storia. E l’Europa «guida la classifica», con un tasso di riscaldamento doppio rispetto alla media globale. Una dinamica che in Italia appare ancora più accentuata: entro dieci anni si prospetta un aumento delle temperature di 2 gradi, mentre l’impatto sul Pil del nostro Paese potrebbe oscillare tra l’1,6% e il 6% entro il 2050. È uno scenario particolarmente critico quello tracciato da Deloitte nel report «Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento», elaborato insieme al Politecnico di Milano, all’Università Ca’ Foscari, allo European University Institute e a Ipsos-Doxa.
L’indagine analizza quanto sta avvenendo anche durante questa estate, mettendo i dati a confronto con quelli del passato e con i livelli preindustriali. Il primo elemento riguarda l’andamento delle temperature: la World Meteorological Organization ha classificato gli ultimi 11 anni come i più caldi mai registrati. Guardando al 2026, gli analisti evidenziano inoltre come Francia, Germania, Italia, Spagna e Inghilterra meridionale abbiano dovuto fare i conti con temperature comprese tra 5 e 12 °C al di sopra delle medie stagionali. Valori così elevati, peraltro, sono diventati sempre più ricorrenti durante i mesi estivi.
Concentrando l’attenzione sull’Italia, uno degli aspetti più critici riguarda le ondate di calore. Le proiezioni indicano una crescita di quattro-cinque volte già entro il 2030 rispetto ai livelli storici, con incrementi assoluti compresi tra 30 e 58 giorni all’anno entro il 2050. Ma il problema non si limita alle temperature. Al caldo anomalo si accompagna infatti l’aridificazione, che nel Mezzogiorno potrebbe raggiungere una durata media prossima ai due mesi consecutivi, con conseguenze dirette sulle rese agricole, sui costi dell’approvvigionamento idrico industriale e sulla stabilità delle concessioni irrigue. La siccità, inoltre, convive con l’intensificarsi degli eventi estremi, dando origine a un doppio rischio idrologico senza precedenti nella storia climatica italiana.
In questo contesto, la salute rappresenta naturalmente l’aspetto più delicato, con gravi rischi per le persone e gli animali. Ma le conseguenze potrebbero essere molto rilevanti anche sul piano economico. Come si legge nel report, «in Italia i nuovi modelli elaborati prevedono una progressiva riduzione del Pil fra l’1,6% e il 6% al 2050, a seconda dell’intensità dello scenario considerato e rispetto a un contesto non interessato da danni». Il rischio, spiegano ancora da Deloitte, è quello di una diminuzione del 15% della crescita annuale del Pil nei prossimi due decenni.
Sul versante economico, infine, un ulteriore elemento da non sottovalutare riguarda le finanze pubbliche. «Il rallentamento dell’economia globale sta facendo emergere il debito pubblico come uno dei principali canali di erogazione dei rischi climatici», osservano gli analisti. «Infatti, la probabilità che in Italia questo superi il 200% del Pil, raggiungendo una zona di forte criticità fiscale, si attesta al 21-24% in assenza di danni climatici, e al 39-44% quando si verificano».











