mercoledì, 5 Ottobre 2022

Varo dell’equo compenso «a rischio» a causa della fine della Legislatura (nel 2023)

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La fine della Legislatura (che avverrà nella primavera del prossimo anno) sembra stia mettendo «il fiato sul collo» al disegno di legge sull’equo compenso per le prestazioni libero-professionali. E comincia ad affacciarsi, nel mondo del lavoro autonomo, il pensiero che, seppur il testo necessiti di modifiche, rispetto alla versione approvata a Montecitorio nell’ottobre del 2021, sarebbe opportuno vararlo «così com’è», al Senato, piuttosto che farlo decadere con lo scioglimento delle Camere.

A parlarne, nelle ultime ore, con trasparenza, è stato il sottosegretario alla Giustizia con delega alle Professioni Francesco Paolo Sisto: dal palco di un convegno promosso dalla Cassa forense, a Roma, infatti, riferendosi al testo che vede come prima firmataria la leader di FdI Giorgia Meloni (nel quale sono confluite le proposte normative dei deputati Jacopo Morrone della Lega e Andrea Mandelli di Fi), ha osservato che, allo stato attuale, «si corre il rischio di non riuscire ad approvare la norma», giacché ci sono delle «spinte legittime» per «modificare il testo», che «non è perfetto», però sarebbe «utile» inserire nell’ordinamento, soprattutto in considerazione delle difficoltà economiche in cui versano alcune categorie professionali. Il provvedimento è stato, infatti, incardinato nella Commissione Giustizia di palazzo Madama, però è «congelato», perché è ancora privo del parere sulla sua copertura finanziaria che deve essere redatto dalla Commissione Bilancio (necessario per il prosieguo dell’esame), come ha confermato nelle scorse settimane il relatore, il senatore leghista Emanuele Pellegrini.

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Ad essere considerato «equo», in base alla proposta di legge licenziata a Montecitorio, è il compenso che rispetta specifici parametri ministeriali, sia per i professionisti iscritti ad Ordini e Collegi, sia per coloro che fanno parte delle cosiddette categorie «non regolamentate» (e riunite in associazioni), sia per ciò che concerne la committenza, che va ora ad inglobare tutte le imprese che impiegano più di 50 dipendenti, o fatturano più di 10 milioni di euro all’anno; è stabilita la nullità delle clausole che prevedono una remunerazione per il lavoratore autonomo inferiore ai parametri, rimettendo al giudice il compito di rideterminare il compenso iniquo e, eventualmente, di condannare il cliente al pagamento di un indennizzo in favore del professionista. Capitolo contestato dai sindacati delle varie categorie professionali, infine, è quello che impone a Ordini e Collegi di adottare provvedimenti deontologici, volti a sanzionare il professionista che violi le disposizioni sull’equo compenso. Un testo che, fa sapere la Rete delle professioni tecniche (di cui fa parte il Consiglio nazionale dei periti industriali), «non è perfetto», tuttavia, adesso, sarebbe giusto «approvarlo e magari, in seguito, correggerlo», invece di farne concludere la corsa con la fine della Legislatura.

 

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