Equo compenso, «altolà» definitivo alla possibilità che le norme vengano approvate nella XVIII Legislatura

Equo compenso, «altolà» definitivo alla possibilità che le norme vengano approvate nella XVIII Legislatura

L’ultima «carta» per permettere al disegno di legge sull’equo compenso per le prestazioni dei liberi professionisti di essere votato, prima della conclusione della Legislatura, è stata giocata oggi. Ma senza esito positivo. La conferenza dei capigruppo del Senato, convocata in quella che è diventata l’estrema giornata di lavori parlamentari, a palazzo Madama, non ha trovato, infatti, l’intesa per condurre verso il varo conclusivo il provvedimento, frutto dell’unificazione fra proposte di FdI, Lega, Fi e M5s. «Abbiamo proposto di portare in Aula prima il disegno di legge sull’equo compenso, poi la delega fiscale», ha spiegato il capogruppo di FdI Luca Ciriani, «ma il governo non ha voluto». Il riferimento dell’esponente di destra è ad un altro dei provvedimenti rimasti «in sospeso», prima della pausa estiva dei lavori, ovvero la delega fiscale, cui si aggiunge il disegno di legge sull’ergastolo ostativo, tutti e tre approvati in prima lettura, alla Camera.

È, pertanto, calato il sipario sulle possibilità che il testo potesse staccare il traguardo, in una stagione di accesa contrapposizione fra i partiti politici, in vista delle elezioni del 25 settembre prossimo. Il disegno di legge sull’equo compenso per le prestazioni dei liberi professionisti aveva incassato il via libera a giugno nella Commissione Giustizia di palazzo Madama, senza correzioni, rispetto alla versione licenziata alla Camera nell’ottobre del 2021, ma con le resistenze di Pd e M5s, che intendevano effettuare delle modifiche, allargando, tra l’altro, la platea dei beneficiari delle regole sulla giusta remunerazione alle cosiddette categorie di lavoratori autonomi non regolamentare, disciplinate dalla legge 4 del 2013.

Nel frattempo, le rappresentanze delle libere professioni (Ordini, Casse di previdenza private e associazioni di categoria) hanno continuato a far sentire la propria voce, sostenendo che, «in questo difficile momento», avevano espresso in una nota congiunta, poche settimane fa, «la politica debba assumersi la responsabilità di garantire l’approvazione del provvedimento, al fine di evitare che finisca su un binario morto, vanificando un iter parlamentare lungo e complesso, preceduto da una lunga battaglia politica da parte dei professionisti», annoverando tra i «numerosi aspetti positivi dell’attuale formulazione del testo l’aggiornamento dei parametri con cui individuare i compensi, alla rideterminazione dei corrispettivi non corrisposti, alla nullità delle clausole vessatorie, l’impugnativa per le parti non conformi dei contratti d’opera», nonché «la possibilità di avere chiarezza sui tempi della prescrizione per responsabilità professionali, con decorrenza dalla data della prestazione». E, a seguire, hanno evidenziato, sebbene il testo del disegno di legge, «che prevede il diritto del professionista di avere un equo compenso per le sue prestazioni, si presti ad ulteriori miglioramenti, di cui si può discutere tranquillamente in un secondo momento, vanno assicurate nell’immediato alcune tutele urgenti ed indispensabili».   

Salari e compensi in picchiata, ma i governi faticano a intervenire

Salari e compensi in picchiata, ma i governi faticano a intervenire

In Italia c’è un problema con la crescita dei salari e dei compensi professionali ma per il governo, di sinistra o di destra che sia, è sempre difficile aumentare le tutele previste per legge. Tanto l’equo compenso quanto il salario minimo, infatti, sono fermi in Parlamento e la loro approvazione è a rischio. Comunque vada, entrambi i provvedimenti hanno avuto un iter molto lento, pieno di insidie e di contrapposizioni. Questo non solo per le titubanze del governo, ma anche per le perplessità di sindacati, ordini e associazioni di categoria, che non sempre si sono posti in maniera univoca su questi temi.

L’Italia è l’unico paese europeo che ha visto i salari diminuire dal 1990 ad oggi. Secondo le ultime stime Adepp, parlando in termini reali, il reddito dei professionisti iscritti alle casse è calato del 12% rispetto al 2005. C’è quindi una tendenza in atto nel nostro paese, sui cui la politica ha provato a intervenire, senza mai però un grande entusiasmo. È pure vero che in teoria ci sarebbero già delle tutele per legge; l’equo compenso, ad esempio, è già in vigore (legge di bilancio 2018, 205/2017) mentre per quanto riguarda il salario minimo, l’elevata copertura della contrattazione collettiva (che secondo i dati Inps comprende il 99% dei lavoratori italiani) e la presenza di minimi retributivi nei Ccnl garantisce praticamente a tutti un limite minimo al di sotto del quale le aziende non possono scendere. Tuttavia, in merito all’equo compenso, le proposte di modifica sono state avanzate già pochi mesi dopo l’approvazione della legge, per dire quanto la stessa potesse essere migliorabile, mentre per i contratti collettivi molti sono scaduti e comunque la soglia minima, in parecchi casi, è ben al di sotto dei 9 euro orari presenti nella proposta di legge firmata dall’ex ministro del lavoro Nunzia Catalfo. I numeri, quindi, suggerirebbero un intervento governativo, che aumenti il potere contrattuale dei lavoratori, autonomi o dipendenti. Sul punto non mancano le proposte; proprio questa settimana la commissione lavoro del Senato riprenderà la discussione sulla proposta Catalfo, mentre l’equo compenso è passato già varie volte in commissione, senza però mai trovare la quadra definitiva.

Le resistenze, come accennato, non derivano però soltanto da scelte governative, ma sono anche caldeggiate dalla controparte, ovvero i rappresentanti dei lavoratori. In tema di salario minimo, le sigle confederali (in particolare Cisl e Uil) hanno sempre tenuto un approccio tipo: “si, ma”, sottolineando l’importanza della contrattazione collettiva e il rischio che una norma del genere possa ridurne l’impatto. Sul versante equo compenso la faccenda è ancora più districata; la norma è contestata in parecchi punti, soprattutto dalle professioni non ordinistiche, con gli ordini che invece spingono per un’approvazione rapida e un successivo intervento correttivo a seguito della stessa. Una norma, quindi, ancora incompleta dopo quasi dieci anni di discussioni.

Equo compenso, comincia (con le audizioni) il percorso al Senato

Equo compenso, comincia (con le audizioni) il percorso al Senato

A poco più di un mese dal via libera dell’Aula della Camera (il 13 ottobre scorso) il disegno di legge sull’equo compenso per le prestazioni professionali muove i primi passi al Senato: si terranno, infatti, domani mattina, a partire dalle ore 9, le audizioni di diversi soggetti del mondo del lavoro autonomo, dal Cup (Comitato unitario delle professioni che, insieme alla Rete delle professioni tecniche, raggruppa gli Ordini ed i Collegi di varie categorie) all’Adepp (l’Associazione che riunisce 20 Enti previdenziali ed assistenziali privati), da Confprofessioni alle associazioni che comprendono gli esponenti non ordinistici (Confcommercio professioni, Colap e Assoprofessioni), fino al Consiglio nazionale forense, all’Aiga (il sindacato dei giovani avvocati) e alla Fondazione Inarcassa (l’organismo che rappresenta gli architetti ed ingegneri iscritti alla Cassa di previdenza delle due categorie).

Il provvedimento licenziato a Montecitorio con 251 voti a favore, nessun contrario e 9 astenuti (i parlamentari di Leu, che hanno auspicato miglioramenti in seconda lettura, al Senato), che riunisce delle proposte di legge del centrodestra, ha come prima firmataria la leader di FdI Giorgia Meloni, e modifica la disciplina vigente in materia di equità del compenso delle prestazioni rese dai professionisti, con l’intento di rafforzare la loro tutela nei confronti di specifiche imprese che, per natura, dimensioni o fatturato, sono ritenute contraenti «forti», in grado, cioè, di determinare uno squilibrio nei rapporti con il singolo professionista. L’iniziativa legislativa definisce come giusta la remunerazione che rispetta specifici parametri ministeriali ed interviene sull’ambito applicativo della normativa attuale (del 2017), ampliandolo sia per quanto riguarda i lavoratori autonomi interessati, tra i quali sono inclusi coloro che esercitano attività professionali non ordinistiche, sia per quel che concerne la committenza che viene estesa anche a tutte le imprese che impiegano più di 50 dipendenti, o fatturano più di 10 milioni di euro all’anno; con il provvedimento viene fissata, poi, la nullità delle clausole che prevedono un compenso per il professionista inferiore ai parametri, nonché di ulteriori specifiche clausole indicative di uno squilibrio nei rapporti tra professionista e impresa, rimettendo al giudice il compito di rideterminare la remunerazione non adeguata e, eventualmente, di condannare l’impresa al pagamento di un indennizzo al professionista.

Una norma, in particolare, ha suscitato delle critiche, soprattutto fra i sindacati di categoria, ossia quella che prevede che gli Ordini e i Collegi debbano adottare disposizioni deontologiche volte a sanzionare il professionista che violi le disposizioni sull’equo compenso; il timore, è stato osservato, è che oltre al danno, arrivi pure la beffa per chi è già stato messo nelle condizioni di ricevere, per il proprio lavoro, un corrispettivo più basso di quanto gli spetterebbe. Il passaggio del disegno di legge al Senato, si apprende, vista la disponibilità manifestata da FdI, potrebbe consentire di arrivare alla correzione di questa norma contestata.

L’equo compenso sbarca in commissione giustizia al Senato pronto per essere modificato

L’equo compenso sbarca in commissione giustizia al Senato pronto per essere modificato

L’equo compenso arriva al Senato ed è pronto ad essere modificato. O almeno così si augurano ordini e associazioni di categoria. Dopo essere stato approvato in prima lettura dalla Camera lo scorso 13 ottobre, il disegno di legge “disposizioni in materia di equo compenso delle prestazioni professionali” ha iniziato il suo percorso anche al Senato, con la prima discussione del provvedimento (atto Senato 2419) assegnato alla commissione giustizia di palazzo Madama. Il testo, tuttavia, continua a far discutere dopo esser stato quasi approvato e poi bloccato appena prima dell’approdo in assemblea a Montecitorio lo scorso giugno: rimangono una serie di questioni aperte, dalla sua applicazione a tutti i rami della pubblica amministrazione alla gestione delle sanzioni nei confronti del professionista. Nell’ultima versione del testo, inoltre, sparisce lo stanziamento di 150 milioni di euro annui per la copertura della nuova tutela: il provvedimento attuale prevede infatti una clausola di invarianza finanziaria, quindi nessun aggravio per le finanze pubbliche.

Il provvedimento in discussione in questi giorni non introdurrà una nuova tutela per i compensi dei professionisti, ma ne andrà a rafforzare una già presente. Infatti, l’equo compenso è stato introdotto in Italia con la legge di bilancio 2018 (legge 205/2017). Inizialmente, la disposizione doveva riguardare solo gli avvocati, tanto che la misura è inserita nella legge 247/2012, l’ordinamento professionale forense. La garanzia fu poi estesa a tutti i professionisti. In sostanza, la norma stabilisce che nei rapporti e nelle convenzioni con i cosiddetti clienti forti (inquadrati in banche, grandi imprese, assicurazioni e pubblica amministrazione) il professionista deve ricevere un compenso “commisurato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, così come al contenuto e alle caratteristiche della prestazione” nonché “conforme ai parametri ministeriali”. Vengono poi identificate una serie di clausole, definite vessatorie, che non potranno essere inserite in un contratto, come il mancato rimborso delle spese o previsioni di pagamento troppo dilazionate nel tempo. Deve essere un giudice a stabilire il mancato rispetto della norma: il professionista, quindi, dovrà denunciare il pagamento troppo esiguo una volta incassato, non avendo una tutela prima della firma del contratto ma esclusivamente dopo.
Tuttavia, la misura presentava una serie di limiti, tanto che negli anni a seguire sono stati molteplici i casi di bandi a costo zero da parte della Pubblica amministrazione. Proprio la sua applicazione nei confronti della Pa è stato uno degli argomenti maggiormente discussi che hanno portato alla presentazione di una serie di proposte, assorbite poi nell’unico testo ora all’esame della commissione giustizia del Senato.
Rimangono però, come detto, una serie di problemi aperti. Il primo riguarda la sua applicazione in tutti i casi in cui ci sia nel committente la presenza della Pa, come per le partecipate o per altre realtà parastatali. Inoltre, la nuova versione del testo presenta un’altra criticità secondo il parere degli ordini e delle associazioni sindacali di categoria, ovvero la previsione per cui nel caso di mancato rispetto dell’equo compenso venga sanzionato anche il professionista che ha accettato l’incarico. Se la denuncia deve arrivare dal professionista ma lo stesso rischia di essere sanzionato, è plausibile immaginare che le segnalazioni di mancato rispetto dell’equo compenso possano diminuire invece che aumentare.

La Camera accende il primo semaforo verde sull’equo compenso

La Camera accende il primo semaforo verde sull’equo compenso

Via libera pressoché unanime, nella serata di ieri, da parte dell’Aula della Camera, alla proposta di legge di FdI, Lega e Fi sull’equo compenso per le prestazioni dei liberi professionisti (iscritti ad Ordini e Collegi e riuniti in associazioni): i voti a favore sono stati 251, nessun contrario e 9 gli astenuti (si tratta dei deputati di Leu, che hanno auspicato miglioramenti sul testo, che è passato all’esame del Senato). Le tutele per i lavoratori autonomi alle prese con la clientela, dunque, si innalzano, tuttavia, per far licenziare il provvedimento in tempi stretti, il centrodestra ha dovuto stralciare alcune parti, perché ancora prive di adeguata copertura finanziaria; seguendo le indicazioni della Commissione Bilancio di Montecitorio, i promotori hanno deciso di eliminare il riferimento oltre che «alle società disciplinate dal testo unico in materia di società a partecipazione pubblica», agli agenti della riscossione, che genererebbe «oneri estremamente gravosi per l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, a causa di un maggiore esborso, a titolo di spese per la rappresentanza e la difesa in giudizio, quantificato in 150 milioni annui», recitava il parere parlamentare sulla base di quanto segnalato dal ministero dell’Economia.

Con un ordine del giorno è stato chiesto l’impegno del governo a sovvenzionare l’impianto dell’iniziativa con la prossima Legge di Bilancio, e tra le formazioni che hanno sostenuto la pdl, la Lega ha evidenziato d’aver «più volte sollecitato l’attenzione e il coinvolgimento da parte della politica e delle istituzioni verso il mondo eterogeneo delle professioni, che rappresentano una grande forza motrice della nostra società sia dal punto di vista intellettuale che operativo». 

Il testo approvato considera equa la remunerazione che rispetta specifici parametri ministeriali, ampliandola, come accennato, sia a coloro che esercitano professioni non ordinistiche, sia per quanto riguarda la committenza, che viene estesa anche a tutte le imprese che impiegano più di 50 dipendenti o fatturano più di 10 milioni di euro. Si prevede la nullità delle clausole che prevedono un compenso per il professionista inferiore ai parametri, rimettendo al giudice il compito di rideterminare il compenso iniquo ed eventualmente di condannare l’impresa al pagamento di un indennizzo in favore del professionista. Gli Ordini e i Collegi professionali dovranno adottare disposizioni deontologiche volte a sanzionare il professionista che violi le disposizioni sull’equo compenso ed il parere di congruità del compenso emesso dall’Ordine o dal Collegio professionale acquisterà l’efficacia di titolo esecutivo. Nell’istituire presso il ministero della Giustizia l’Osservatorio nazionale sull’equo compenso, il testo approvato a Montecitorio prevede, infine, una disposizione transitoria che estende l’ambito di applicazione della nuova disciplina alle convenzioni in corso, ancorché sottoscritte prima della riforma, si precisa.

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