COP26, impegno (a metà) dei «GRANDI» per proteggere l’ambiente

COP26, impegno (a metà) dei «GRANDI» per proteggere l’ambiente

Un compromesso (per alcuni al ribasso, per altri, comunque, orientato al miglioramento dell’ecosistema) ha tirato un riga sulla conferenza di Glasgow, l’iniziativa mondiale che era finalizzata ad invertire la rotta sui cambiamenti climatici globali: la Cop26, infatti, ha condotto sì in porto obiettivo di tenere il riscaldamento globale sotto 1 grado e mezzo, ha stabilito di aggiornare l’anno prossimo gli impegni di decarbonizzazione degli Stati e di dare precise regole sul mercato del carbonio e sull’applicazione dell’Accordo di Parigi (entrato in vigore nel 2016, finalizzato a limitare ben al di sotto dei 2 gradi Celsius il riscaldamento medio globale, rispetto al periodo preindustriale, puntando a un aumento massimo della temperatura pari a 1,5 gradi Celsius). Tuttavia, i «grandi della Terra» non sono riusciti a trovare un’intesa in merito all’eliminazione delle centrali a carbone e dei sussidi alle fonti fossili (giacché nel documento finale dell’assise scozzese si parla solamente della loro «riduzione»). Ed è giunto ancora un rinvio per il fondo da 100 miliardi di dollari all’anno per aiutare i Paesi poveri a «decarbonizzare». Il carbone, in particolare, costituisce la «fonte dominante di emissioni di anidride carbonica nel processo di generazione dell’elettricità», e quanto deciso a Glasgow, hanno sottolineato gli analisti, seppure non pienamente soddisfacente, rappresenta «la prima menzione esplicita dei combustibili fossili» in una simile intesa internazionale.

Durante la Cop26 inoltre, più di 100 Paesi si sono impegnati, promettendo di porre fine alla deforestazione entro il 2030. La maggior parte degli Stati, alla fine, ha siglato la versione finale del documento, anche se il mancato impegno dei Paesi ricchi ad aiutare quelli poveri nella crisi climatica ha ottenuto diverse critiche. Il dito di chi ha gridato all’insuccesso della riunione è stato (in parte) puntato contro l’India, che ha (metaforicamente) battuto i pugni sul tavolo, imponendo la sua visione sulla questione dell’uscita dal carbone e del taglio dei sussidi alle fonti fossili. «Non è compito dell’Onu dare prescrizioni sulle fonti energetiche – ha, infatti, dichiarato il ministro dell’Ambiente, Bhupender Yadav – e le nazioni in via di sviluppo come l’India vogliono avere la loro equa quota di carbon budget, e vogliono continuare il loro uso responsabile dei combustibili fossili», ha evidenziato.

«Capisco la delusione», ha sostenuto il presidente della Cop26 Alok Sharma, tuttavia «è vitale proteggere questo «pacchetto». Una versione rivista sarà emessa presto», sono state le sue parole, poco prima che, nella dichiarazione conclusiva, documento venisse accolta la richiesta dell’India di sostituire il termine «phase out» (uscita) dal carbone per la produzione energetica con il termine «phase down» (diminuzione). E, sempre su richiesta di New Dehli, è stata aggiunta la previsione di finanziamenti per sostenere la transizione energetica.

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