Salario minimo, «altolà» alla Camera all’emendamento delle opposizioni, ci sarà la legge delega

da | 6 Dic 2023 | In evidenza

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La maggioranza prevale: via libera alla legge delega sul salario minimo

È sulla proposta normativa per inserire nel nostro ordinamento una «equa retribuzione» che si è consumato l’ultimo scontro fra la maggioranza di centrodestra e le opposizioni («in primis» col Pd e col M5s): il «teatro» del «muro contro muro» è stato l’emiciclo di Montecitorio, dove, a seguito di una seduta assai conflittuale, il centrosinistra compattamente ha deciso di ritirare le proprie firme dal testo, che si era discostato da quello originario, che stabiliva un salario minimo di 9 euro lordi l’ora per legge. L’iniziativa è così diventata un disegno di legge delega, in altri termini una norma che darebbe delle indicazioni al governo sugli interventi da portare avanti non nell’immediato, bensì nei prossimi mesi; il provvedimento modificato va, dunque, al voto oggi, nell’aula della Camera, con uno strascico di polemiche che dura da almeno un anno.

In precedenza, si ricorderà, nello specifico nella stagione estiva, il testo sul salario minino era sbarcato per la prima volta in Parlamento, tuttavia i partiti che compongono la squadra di maggioranza avevano votato una sospensiva per rimandare il dibattito di qualche mese. A seguire, però, col «tam tam» delle opposizioni, che avevano reclamato l’urgenza di introdurre la tutela sulla remunerazione, in uno scenario nel quale ancora vaste aree della popolazione non godono di paghe che permettono un adeguato sostentamento, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva assegnato la questione al Cnel (il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), chiedendo un parere tecnico all’organismo presieduto dall’ex ministro ed esponente di Fi Renato Brunetta, il quale aveva, però, già reso noto (in un’audizione alle Camere) che non pensava il salario minimo fosse una soluzione corretta per affrontare le storture nelle retribuzioni di parte degli occupati del Belpaese.

Prima della «bagarre» fra deputati, ieri, il Commissario europeo per il lavoro e i diritti sociali, Nicolas Schmit, aveva parlato nelle commissioni congiunte Lavoro di Camera e Senato: la direttiva Ue, aveva specificato, non obbliga all’adozione di un salario minimo legale, né pone un’alternativa tra salario minimo e contrattazione collettiva, mentre la Commissione europea chiede che vengano riconosciuti «salari adeguati» rispetto al lavoro svolto, ma sta poi agli Stati membri adottare le misure che realizzino questo fine nell’applicare il provvedimento legislativo di matrice comunitaria. Al riguardo, aveva sottolineato, nel corso dell’audizione, ci sono Paesi che integrano la contrattazione collettiva ad un salario minimo legale, e ve ne sono degli altri, come Italia, Austria, Svezia e Danimarca, che adottano la sola contrattazione collettiva. Inoltre, ha detto Schmit, laddove la contrattazione collettiva non garantisce retribuzioni dignitose, sebbene vi sia una vasta copertura contrattuale, è necessario innanzitutto intervenire per migliorare il sistema di contrattazione collettiva ed eventualmente integrare con l’introduzione di un salario minimo. E ciò per escludere che vi siano persone che, nonostante abbiano un impiego, versino in una condizione di povertà.

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