Salari e compensi in picchiata, ma i governi faticano a intervenire

da | 14 Giu 2022 | Il punto

In Italia c’è un problema con la crescita dei salari e dei compensi professionali ma per il governo, di sinistra o di destra che sia, è sempre difficile aumentare le tutele previste per legge. Tanto l’equo compenso quanto il salario minimo, infatti, sono fermi in Parlamento e la loro approvazione è a rischio. Comunque vada, entrambi i provvedimenti hanno avuto un iter molto lento, pieno di insidie e di contrapposizioni. Questo non solo per le titubanze del governo, ma anche per le perplessità di sindacati, ordini e associazioni di categoria, che non sempre si sono posti in maniera univoca su questi temi.

L’Italia è l’unico paese europeo che ha visto i salari diminuire dal 1990 ad oggi. Secondo le ultime stime Adepp, parlando in termini reali, il reddito dei professionisti iscritti alle casse è calato del 12% rispetto al 2005. C’è quindi una tendenza in atto nel nostro paese, sui cui la politica ha provato a intervenire, senza mai però un grande entusiasmo. È pure vero che in teoria ci sarebbero già delle tutele per legge; l’equo compenso, ad esempio, è già in vigore (legge di bilancio 2018, 205/2017) mentre per quanto riguarda il salario minimo, l’elevata copertura della contrattazione collettiva (che secondo i dati Inps comprende il 99% dei lavoratori italiani) e la presenza di minimi retributivi nei Ccnl garantisce praticamente a tutti un limite minimo al di sotto del quale le aziende non possono scendere. Tuttavia, in merito all’equo compenso, le proposte di modifica sono state avanzate già pochi mesi dopo l’approvazione della legge, per dire quanto la stessa potesse essere migliorabile, mentre per i contratti collettivi molti sono scaduti e comunque la soglia minima, in parecchi casi, è ben al di sotto dei 9 euro orari presenti nella proposta di legge firmata dall’ex ministro del lavoro Nunzia Catalfo. I numeri, quindi, suggerirebbero un intervento governativo, che aumenti il potere contrattuale dei lavoratori, autonomi o dipendenti. Sul punto non mancano le proposte; proprio questa settimana la commissione lavoro del Senato riprenderà la discussione sulla proposta Catalfo, mentre l’equo compenso è passato già varie volte in commissione, senza però mai trovare la quadra definitiva.

Le resistenze, come accennato, non derivano però soltanto da scelte governative, ma sono anche caldeggiate dalla controparte, ovvero i rappresentanti dei lavoratori. In tema di salario minimo, le sigle confederali (in particolare Cisl e Uil) hanno sempre tenuto un approccio tipo: “si, ma”, sottolineando l’importanza della contrattazione collettiva e il rischio che una norma del genere possa ridurne l’impatto. Sul versante equo compenso la faccenda è ancora più districata; la norma è contestata in parecchi punti, soprattutto dalle professioni non ordinistiche, con gli ordini che invece spingono per un’approvazione rapida e un successivo intervento correttivo a seguito della stessa. Una norma, quindi, ancora incompleta dopo quasi dieci anni di discussioni.

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