martedì, 27 Settembre 2022
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Otto ambiti di intervento per il nuovo piano per la transizione ecologica

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Un inquadramento generale sulla strategia per la transizione ecologica che accompagni gli interventi del Pnrr e promuova una riflessione sulle tematiche dell’ambiente e della sostenibilità. È questa la finalità principale dell’atto Camera 297, in questi giorni in discussione nelle commissioni a Montecitorio, contenente la proposta di piano per la transizione ecologica.

Il Piano ha come primo obiettivo quello del raggiungimento della neutralità climatica al 2050 e la riduzione del 55% delle emissioni di gas serra entro il 2030. Sono otto gli ambiti di intervento previsti: la decarbonizzazione, la mobilità sostenibile, il miglioramento della qualità dell’aria, il contrasto al consumo di suolo e al dissesto idrogeologico, il miglioramento delle risorse idriche e delle relative infrastrutture, il ripristino e il rafforzamento della biodiversità, la tutela del mare e la promozione dell’economia circolare, della bioeconomia e dell’agricoltura sostenibile. Gli otto ambiti sono collegati tra loro e il piano illustra maggiormente nel dettaglio come si provvederà al raggiungimento degli obiettivi prefissati; per quanto riguarda la carbonizzazione, ad esempio, per i settori “hard to abate” (siderurgia vetro, ceramica, cemento, chimica) il principio guida per la riduzione delle emissioni continuerà ad essere quello dell’“energy efficiency first”, che trova nell’efficienza la prima leva da impiegare per ottenere vantaggi economici e ambientali in termini di riduzione delle emissioni. “Sarà necessario comunque”, si legge nel piano, “ricorrere alla combinazione di più leve, quali: il passaggio da combustibili fossili ai combustibili rinnovabili come idrogeno, bioenergie e fuel sintetici, l’elettrificazione spinta dei consumi e il ricorso a cattura e stoccaggio della CO2 residua (Ccs – Ccu)”. In merito alla mobilità sostenibile, dovrà essere attuata “una progressiva conversione a veicoli elettrici, a idrogeno e a biocarburanti”. Vengono poi citati gli investimenti previsti nella mobilità, come i circa 25 miliardi di euro del Pnrr per il potenziamento del sistema ferroviario. Per quanto riguarda la qualità dell’aria “i margini maggiori di miglioramento riguardano i settori dei trasporti e del riscaldamento residenziale, che peraltro producono la maggior parte delle emissioni in ambito urbano e metropolitano, dove dovranno quindi concentrarsi le azioni principali”. Per arrestare il consumo di suolo, invece, il piano si propone di inasprire i divieti di edificazione negli ambiti costieri, rendendo operativi vincoli di tutela per una profondità di almeno 1 km dalla battigia, ma anche preservando e ove possibile aumentando i “varchi naturali” fra entroterra e linea di costa, oltre alla messa in cantiere di azioni di adattamento basati su soluzioni naturali (nature based solutions) rispetto ai tradizionali interventi strutturali di difesa delle coste. Per il dissesto idrogeologico, invece, sarà elaborata “un’organica politica nazionale di tutela del territorio e prevenzione dei rischi”. Sempre legato a questo il quinto punto del piano, ovvero il miglioramento delle risorse idriche e delle relative infrastrutture, con l’opera di efficientamento che sarà realizzata entro il 2040.

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Il punto 6 e il punto 7 sono legati strettamente all’ambiente naturale, con il ripristino e rafforzamento della biodiversità e la tutela del mare. Il piano parla di “un ambito di azione cruciale, con l’Italia come uno dei santuari della diversità biologica ed ecosistemica”. Infine, l’ultima missione del piano riguarda la promozione dell’economia circolare. Vengono identificati una serie di azioni cardine da realizzare entro il 2030, tra cui: la creazione di condizioni per un mercato delle materie prime competitivo in termini di disponibilità, prestazioni e costi, agendo sulla normazione dei materiali, e sui criteri per togliere la qualifica di rifiuto a tali prodotti;  la messa in pratica del principio di responsabilità estesa del produttore perché si faccia carico del destino finale del prodotto, così come del principio del “Chi inquina paga” (con schemi di vuoto a rendere, pay-per-use, pay-as-you-throw, in modo da per favorire il mercato del riuso e la restituzione dei prodotti ai gestori privati in cambio di un contributo economico) e lo sviluppo di una fiscalità favorevole alla transizione verso l’economia circolare, da realizzarsi sia con la graduale eliminazione dei sussidi dannosi all’ambiente, sia con forme positive di incentivazione delle attività di riparazione dei beni, sia per una loro progettazione più sostenibile.

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