venerdì, 30 Settembre 2022

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro?

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L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro … recita la prima frase del primo articolo della Costituzione Italiana che, solo per citare alcuni passaggi, così prosegue all’articolo 35: “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”, e ancora all’articolo 36: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Proprio nei giorni in cui viene assegnato il premio Nobel per l’economia a David Card per i suoi contributi empirici all’economia del lavoro (premio condiviso con Joshua D. Angrist e Guido W. Imbens per i contributi metodologici all’analisi delle relazioni di causa ed effetto) credo sia importante rimettere al centro la Legge Fondamentale dello Stato che ha contribuito a costruire la nostra società liberale.

Sono passati 73 anni da quel 1° gennaio 1948. Siamo andati sulla Luna e presto andremo su Marte. Tecnologia e digitale hanno rivoluzionato la nostra quotidianità. Il 35% dei ragazzi che entrano a scuola farà un lavoro che, oggi, non esiste; di cui non conosciamo neppure il nome.

Il mondo è radicalmente cambiato. E con il mondo è cambiato il lavoro. Mutazioni che ci pongono di fronte a nuovi linguaggi, nuove modalità, nuove criticità. Ma i valori dei padri costituenti appaiono parlare all’oggi.

La pandemia ha messo in risalto la frattura già presente nell’organizzazione del lavoro della società contemporanea: il diverso grado di tutela della condizione economica e delle protezioni del lavoro e dei redditi.

Secondo una recente ricerca del Censis, per l’85,8% degli italiani, la crisi sanitaria ha confermato che la vera divisione sociale esistente tra i lavoratori è quella tra chi ha la sicurezza del posto di lavoro e chi no, amplificando pericolosamente la distanza tra due Italie molto diverse: i garantiti e i non garantiti.

Chi è il lavoratore?

In senso giuridico-sociale, è il soggetto che si obbliga, mediante retribuzione, a prestare le proprie energie, fisiche o intellettuali, alle dipendenze di un’organizzazione o a prestare al committente, senza vincoli di subordinazione e dietro un corrispettivo, il risultato del proprio lavoro.

Ho preso in prestito la definizione dell’enciclopedia Treccani. Ebbene, il termine comprende al suo interno, senza distinzione, le due grandi categorie del lavoro dipendente e del lavoro autonomo nelle molteplici, e spesso troppo diverse, declinazioni della contrattualistica (pensate ai lavoratori che svolgono le stesse mansioni ma che sono soggetti a retribuzioni diritti e doveri differenti per contratto).

L’esercizio, sacrosanto e virtuoso, del proporre norme che rimettano al centro un equo compenso può apparire un paradosso, ma purtroppo è, nel nostro tempo contemporaneo, una realtà indifferibile. Chiediamoci perché i ragazzi del nostro tempo (la next generation) non sognano di diventare imprenditori di se stessi, di essere liberi professionisti, di prendere in mano pezzi di presente e trasformarli in futuro creando, anche, imprese professionali liberali e multidisciplinari.

Agli inizi del terzo millennio è stato calcato il tasto canc (a proposito di Articolo uno) presupponendo che liberalizzare fosse equivalente ad assenza di regole. Presupponendo che la concorrenza fosse essenzialmente una questione di prezzo e potesse concretizzarsi senza realmente agire sui requisiti dei mercati. Abbiamo scoperto che non è così, come abbiamo scoperto che impresa e professione non sono sinonimi.

In questo tempo in cui si parla di next generation, in cui abbiamo l’opportunità di giocare la sfida della ripresa e resilienza, occorre ritornare ad essere realmente consapevoli del valore del lavoro (dipendente e autonomo). Basterebbe rileggere attentamente e farsi guidare dai principi dei padri costituenti.

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