giovedì, 29 Settembre 2022

L’equo compenso sbarca in commissione giustizia al Senato pronto per essere modificato

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L’equo compenso arriva al Senato ed è pronto ad essere modificato. O almeno così si augurano ordini e associazioni di categoria. Dopo essere stato approvato in prima lettura dalla Camera lo scorso 13 ottobre, il disegno di legge “disposizioni in materia di equo compenso delle prestazioni professionali” ha iniziato il suo percorso anche al Senato, con la prima discussione del provvedimento (atto Senato 2419) assegnato alla commissione giustizia di palazzo Madama. Il testo, tuttavia, continua a far discutere dopo esser stato quasi approvato e poi bloccato appena prima dell’approdo in assemblea a Montecitorio lo scorso giugno: rimangono una serie di questioni aperte, dalla sua applicazione a tutti i rami della pubblica amministrazione alla gestione delle sanzioni nei confronti del professionista. Nell’ultima versione del testo, inoltre, sparisce lo stanziamento di 150 milioni di euro annui per la copertura della nuova tutela: il provvedimento attuale prevede infatti una clausola di invarianza finanziaria, quindi nessun aggravio per le finanze pubbliche.

Il provvedimento in discussione in questi giorni non introdurrà una nuova tutela per i compensi dei professionisti, ma ne andrà a rafforzare una già presente. Infatti, l’equo compenso è stato introdotto in Italia con la legge di bilancio 2018 (legge 205/2017). Inizialmente, la disposizione doveva riguardare solo gli avvocati, tanto che la misura è inserita nella legge 247/2012, l’ordinamento professionale forense. La garanzia fu poi estesa a tutti i professionisti. In sostanza, la norma stabilisce che nei rapporti e nelle convenzioni con i cosiddetti clienti forti (inquadrati in banche, grandi imprese, assicurazioni e pubblica amministrazione) il professionista deve ricevere un compenso “commisurato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, così come al contenuto e alle caratteristiche della prestazione” nonché “conforme ai parametri ministeriali”. Vengono poi identificate una serie di clausole, definite vessatorie, che non potranno essere inserite in un contratto, come il mancato rimborso delle spese o previsioni di pagamento troppo dilazionate nel tempo. Deve essere un giudice a stabilire il mancato rispetto della norma: il professionista, quindi, dovrà denunciare il pagamento troppo esiguo una volta incassato, non avendo una tutela prima della firma del contratto ma esclusivamente dopo.
Tuttavia, la misura presentava una serie di limiti, tanto che negli anni a seguire sono stati molteplici i casi di bandi a costo zero da parte della Pubblica amministrazione. Proprio la sua applicazione nei confronti della Pa è stato uno degli argomenti maggiormente discussi che hanno portato alla presentazione di una serie di proposte, assorbite poi nell’unico testo ora all’esame della commissione giustizia del Senato.
Rimangono però, come detto, una serie di problemi aperti. Il primo riguarda la sua applicazione in tutti i casi in cui ci sia nel committente la presenza della Pa, come per le partecipate o per altre realtà parastatali. Inoltre, la nuova versione del testo presenta un’altra criticità secondo il parere degli ordini e delle associazioni sindacali di categoria, ovvero la previsione per cui nel caso di mancato rispetto dell’equo compenso venga sanzionato anche il professionista che ha accettato l’incarico. Se la denuncia deve arrivare dal professionista ma lo stesso rischia di essere sanzionato, è plausibile immaginare che le segnalazioni di mancato rispetto dell’equo compenso possano diminuire invece che aumentare.

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