Decisa la correzione della norma sul ruolo degli avvocati nei rimpatri
Poco più di sei mesi fa (nella prima metà del settembre del 2025) sono state approvate in due Consigli dei ministri le quattro riforme degli ordinamenti professionali, finalizzate alla revisione delle regole di 15 categorie (fra cui quella dei periti industriali), dell’Avvocatura, dei dottori commercialisti ed esperti contabili e dei profili sanitari.
E, ad oggi, i testi hanno sì effettuato dei passi in avanti, nelle due Camere, ma nessuno è riuscito ad andare ancora all’esame dell’Aula: se, infatti, l’aggiornamento dei criteri e dei principi per l’esercizio dell’attività forense è in stato più avanzato – mancano, infatti, pochi voti, nella commissione Giustizia di Montecitorio, per licenziare il provvedimento, atteso in Assemblea a maggio – le altre iniziative legislative, varate dal governo sotto forma di disegno di legge delega, sono state incardinate, però non hanno compiuto significativi passi in avanti, dopo la conclusione del ciclo di audizioni.
ProfessionItaliane, l’organismo che riunisce 22 Ordini, è in forte «pressing», affinché la commissione Giustizia del Senato vada avanti con l’esame.
Ad oggi, però, mancano ancora i pareri sulle proposte correttive, dunque i lavori non procedono da un paio di settimane; nessuno «sprint», fino alla fine di aprile, è previsto per le riforme delle categorie sanitarie e dei dottori commercialisti ed esperti contabili.
Nel frattempo, continua a destare clamore, nel campo libero-professionale, il caso della norma del decreto sicurezza al vaglio dell’Aula della Camera (verrà licenziato con voto di fiducia prima del 25 aprile, pena la decadenza) che attribuisce al Consiglio nazionale forense (Cnf) un ruolo nel rimpatrio degli immigrati e nella gestione dei pagamenti dei legali coinvolti: l’Ente istituzionale degli avvocati aveva subito segnalato di non essere stato coinvolto in alcuna fase della stesura della disposizione, evidenziando come siano state conferite attività che non è possibile svolgere.
Nel dettaglio, l’articolo 30-bis del testo, annoverando il Cnf tra gli organismi che collaborano nei programmi di rimpatrio volontario di stranieri verso i paesi di origine, o provenienza, consente di poter corrispondere, con fondi statali (246.000 euro per il 2026 e 492.000 per i due anni successivi), «un compenso pari alla misura del contributo economico per le prime esigenze» all’atto della partenza degli assistiti.
Nelle ultime ore il governo, contro cui si è schierata l’opposizione, criticando il testo, ha fatto sapere che ci sarà una correzione con un decreto «ad hoc», che recepirà i rilievi del Quirinale: il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni ha spiegato che «correggeremo la norma», ma «difendo il principio: dare un incentivo per ottenere più rimpatri volontari per me è sacrosanto. Il punto – ha riferito in un’intervista – è capire se in Italia vogliamo o meno i rimpatri volontari assistiti. Noi ne facciamo tra i 600 e gli 800 l’anno, la Germania 16.000», ha concluso.














