Il report pubblicato sul Journal of the American college of cardiology
Inquinamento atmosferico e acustico tra le principali cause delle malattie cardiache.
Su 20 milioni di decessi complessivi, infatti, quasi un quinto (tra 4 e 6 milioni) è riconducibile a fattori di rischio ambientale. È l’allarme lanciato sulle pagine del Journal of the American College of Cardiology dalle principali società scientifiche cardiologiche, che per la prima volta hanno chiesto congiuntamente un’azione urgente per affrontare i fattori di stress ambientale come cause prevenibili delle malattie cardiovascolari.
Lo studio, oltre a fornire i numeri del fenomeno, avanza anche una serie di proposte per ridurre l’impatto dei fattori di rischio ambientale.
Non si tratta, tuttavia, di soluzioni particolarmente innovative, poiché riprendono le richieste già avanzate negli ultimi anni dagli organismi sovranazionali, come l’eliminazione graduale dei combustibili fossili e una più stringente regolamentazione delle sostanze chimiche nocive. Particolare attenzione viene riservata ai paesi a basso reddito, dove si concentra la quota maggiore del degrado ambientale globale. «Le malattie cardiovascolari rimangono la principale causa di morte in tutto il mondo e i fattori di stress ambientale ne sono diventati acceleratori silenziosi», commenta il primo firmatario dell’appello Thomas Münzel, della Johannes Gutenberg University di Magonza, in Germania. «Il nostro messaggio è chiaro: aria più pulita, città più silenziose e un clima stabile non sono solo obiettivi ambientali, ma sono essenziali per la salute del cuore e per ridurre l’incidenza delle malattie cardiovascolari a livello globale», ha aggiunto il ricercatore.
Il tema dell’inquinamento atmosferico è al centro anche di un altro studio pubblicato in questi giorni, il report «Cambiamo aria, salute e inquinamento atmosferico nelle città italiane», promosso da Isde Italia con la collaborazione dell’osservatorio mobilità urbana sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities Campaign. I risultati dell’indagine sono tutt’altro che rassicuranti: «L’analisi complessiva dei dati mostra che neppure la normativa attuale è rispettata in tutte le città: una città supera i valori massimi per la media annua di PM10, sette per il numero dei giorni di superamento del limite giornaliero; quattro città superano il limite annuale per il biossido di azoto». Lo studio assume come riferimento la direttiva Ue sulla qualità dell’aria (2881/2024), che introduce nuovi limiti in vigore dal 1° gennaio 2030, più vicini a quelli raccomandati dall’Oms per la tutela della salute umana. Gli Stati membri avranno tempo fino a dicembre 2026 per recepire la direttiva.
Alla luce di questi parametri, emerge che per la media annuale sono 21 le città che superano i limiti per il Pm10, 25 per il PM2,5 e 24 per il biossido di azoto. Guardando invece ai limiti giornalieri, tra le 27 città monitorate 16 risultano oltre soglia per il PM10, 19 per il PM2,5, 11 per il biossido di azoto e 17 per l’ozono. Solo tre città — Trieste, Bari e Reggio Calabria — non superano più di 18 volte i limiti giornalieri fissati dalla direttiva per uno di questi quattro inquinanti.














