Quasi 24 ore dopo la richiesta della premier la titolare del Turismo lascia
«Cara Giorgia lascio, il mio certificato penale è immacolato, ma sono abituata a pagare i conti. anche quelli degli altri, non volevo essere un capro espiatorio»: con queste parole scritte, 22 ore dopo che la premier Giorgia Meloni ne aveva auspicato le dimissioni, il ministro del Turismo Daniela Santanchè ha lasciato il suo incarico nel governo di centrodestra, dopo il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il capo di gabinetto del titolare del dicastero di via Arenula Giusi Bartolozzi.
Il passo indietro chiude una fase di altissima agitazione nell’Esecutivo di centrodestra, che ha cercato di affrontare con l’allontanamento di alcune figure coinvolte in vicende giudiziarie (recenti e avviate da mesi) il risultato del referendum costituzionale del 22 e del 23 marzo scorsi, che ha visto prevalere i «no» alla riforma che avrebbe previsto, tra l’altro, la separazione delle carriere dei magistrati e dei pubblici ministeri. Per le opposizioni, però, il caso non può considerarsi archiviato, giacché la segretaria del Pd Elly Schlein ha continuato a chiedere anche ieri che Meloni venga in Parlamento a riferire su quanto sta avvenendo, parlando di «una crisi politica profonda» della compagine che guida il Paese, mentre il Guardasigilli Carlo Nordio, che ha assunto su di sé la responsabilità della sconfitta dei «si» alla consultazione, rimane in carica, avendo ottenuto, ha ricordato ai giornalisti, «la fiducia» di Palazzo Chigi.
Il dopo-referendum genera ancora reazioni e distinguo, nella maggioranza: nelle ultime ore il capogruppo di Fi alla Camera Paolo Barelli, difendendo l’operato degli azzurri (che avrebbero voluto l’affermazione alle urne, dedicando l’esito a Silvio Berlusconi, che aveva tentato in passato una simile revisione della giustizia), ha dichiarato che «non abbiamo commesso errori. C’è uno storico che racconta come al Sud si voti poco. Se il referendum ci fosse stato il primo marzo, come doveva essere, avremmo evitato di votare con lo scoppio della guerra», affermando, dunque, che il conflitto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran «ha creato incertezza e ha prevalso lo stato d’animo di chi si è spaventato di fronte all’aumento del costo della benzina».
Questa mattina, intanto, l’esercito di Tel Aviv ha fatto sapere di aver sferrato «attacchi su larga scala» nel territorio iraniano, e le forze militari «hanno portato a termine una serie di iniziative su vasta scala contro le infrastrutture del regime terroristico iraniano in diverse zone» del Paese.
Quanto ai tentativi di fermare le ostilità, il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che «i negoziatori iraniani temono di essere uccisi da Teheran», ma il regime degli ayatollah ha già segnalato di respingere il testo Usa, ponendo altre condizioni per una tregua, a partire dallo stop «degli attacchi e degli assassinii» da parte di Usa e Israele. E poi ha invocato garanzie contro futuri conflitti, il pagamento dei danni di guerra, la fine dei combattimenti su tutti gli altri fronti che coinvolgono gruppi alleati e il riconoscimento della sovranità iraniana su Hormuz, l’area nella quale passano, com’è noto, le imbarcazioni con il petrolio dal Golfo verso l’Occidente.










