Equo compenso in aula, ma (finora) senza copertura finanziaria

da | 13 Ott 2021 | In evidenza

La proposta di legge sull’equo compenso per le prestazioni libero-professionali sbarca oggi pomeriggio in Aula, alla Camera, dopo alcuni «stop and go», senza che sia stata (finora) risolta la questione della dotazione finanziaria, fondamentale per la sua applicazione. E, nelle intenzioni dei promotori (il testo vede come prima firmataria la leader di FdI Giorgia Meloni e include le iniziative normative dei deputati di Fi e della Lega Andrea Mandelli e Jacopo Morrone), c’è l’idea di impegnare il governo, affinché reperisca le risorse necessarie all’implementazione del provvedimento nell’imminente Legge di Bilancio per il 2022, su cui il Parlamento tra poche settimane comincerà a lavorare.

Il «nodo» della copertura ha bloccato l’iter della pdl da alcuni mesi: a luglio, infatti, era arrivato l’altolà della Commissione Bilancio di Montecitorio che (sulla base dei rilievi della Ragioneria generale dello Stato presso il ministero dell’Economia) indicava come, per scongiurare l’impennata dei costi, occorresse effettuare una serie di modifiche (a partire dall’articolo 2), ovvero togliere l’estensione della norma, «prevista per le convenzioni stipulate con imprese bancarie, assicurative e con imprese diverse da quelle piccole medie, anche alle convenzioni stipulate con società veicolo di cartolarizzazione, nonché con le loro controllate e mandatarie». Inoltre, recita il documento della V Commissione, sarebbe stato opportuno eliminare il riferimento oltre che «alle società disciplinate dal testo unico in materia di società a partecipazione pubblica», agli agenti della riscossione, che genererebbe «oneri estremamente gravosi per l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, a causa di un maggiore esborso, a titolo di spese per la rappresentanza e la difesa in giudizio, quantificato in 150 milioni annui».

Una somma, quest’ultima, che, ad oggi, i parlamentari di centrodestra che sostengono il provvedimento non sono riusciti a trovare (avevano proposto di attingere al «Fondo per le esigenze indifferibili», istituito dalla legge 190 del 27 dicembre 2014, però il governo ha fatto sapere loro che «non reca le risorse sufficienti» a sovvenzionare l’iniziativa legislativa). A questo punto, come anticipato nelle scorse ore dalla capogruppo di FdI in Commissione Giustizia alla Camera, la deputata Carolina Varchi, si è deciso di portare comunque il testo all’esame dell’Assemblea, aggiungendo, però una precisa richiesta all’Esecutivo: a quanto si apprende, infatti, visto che le attuali disponibilità in bilancio sembrano non consentirne l’approvazione, è stato deciso di utilizzare lo strumento dell’ordine del giorno. Con questa «leva», pertanto, si chiede al governo di stanziare, con la prossima manovra economica, i fondi (150 milioni, secondo la quantificazione del ministero dell’Economia) che servono per garantire l’applicazione dell’equo compenso nei rapporti fra il professionista e la sua clientela.

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