Un «orgoglio» per Lollobrigida, mentre scemano i negozi di alimentari nello Stivale
Rinomata in tutto il mondo, invidiata, copiata e capace di generare (enormi) profitti ben al di là dei nostri confini: è la cucina italiana che, se dovesse – come il governo del nostro Paese auspica fortemente – diventare Patrimonio dell’Unesco (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura), costituirebbe un «orgoglio nazionale».
Parola del ministro dell’Agricoltura e della sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, che ha dichiarato che ciò costituirebbe un balzo in avanti «dal punto di vista della promozione della qualità complessiva» di tutto ciò che ruota attorno al comparto gastronomico targato «made in Italy», intervenendo ad un’iniziativa promossa da Ita Airways denominata «Viaggio nelle eccellenze» Dop e Igp dello Stivale.
E, nel frattempo, prende vita in diversi Paesi «la Settimana della cucina italiana nel mondo»: fra gli eventi promossi nelle ultime ore quelli in Marocco dell’ambasciata d’Italia a Rabat, che terrà in Marocco workshop tematici sulle nostre caratteristiche gastronomiche, fra cui alcuni momenti conviviali e dedicati all’apprendimento delle tecniche di chef connazionali.
Se, però, si va ad osservare la generale commercializzazione dei prodotti alimentari, una «nota dolente», insieme ad una parziale buona notizia, c’è: se, infatti, uno studio del Censis evidenzia la crescita del tasso di responsabilità degli abitanti del Belpaese quando mettono mano al portafoglio («l’83,9% degli italiani acquista merci coerenti con i propri valori, il 75,5% privilegia quelle sostenibili, il 56,4% si premia con acquisti dopo una giornata intensa e il 70,6% evita compere impulsive», si legge, anche in relazione a quanto si porta in tavola), colpisce apprendere che 4,5 milioni vivono in comuni dove è scomparso almeno uno dei negozi di alimentari essenziali, tanto che, ad oggi, sono 598 i paesi privi di un panificio, 576 quelli senza esercizi che vendono frutta e verdura, 650 senza macelleria e 232 nei quali non è possibile approvvigionarsi di latte e derivati. I dati sono tratti dall’analisi di Fiesa Confesercenti, che testimonia il progressivo salire della desertificazione che ha un impatto significativo sulla qualità della vita dei residenti nelle aree interne, nei borghi e nei piccoli centri dello Stivale.
Secondo l’organizzazione, innanzitutto occorrerebbe «garantire l’accesso alimentare nei territori fragili, rafforzando i distretti del commercio e riconoscendo i negozi essenziali come infrastruttura territoriale», nonché «stabilizzare i margini delle microimprese della prossimità, riducendo i costi fissi – a partire da quello del lavoro – e attivando strumenti compensativi selettivi», arrivando, poi, a legare commercio e coesione territoriale, perché «dove resta il negozio resta la possibilità stessa di vivere», mentre così «arretra la vita economica di una comunità».














